

di Roberto Iannetti
Il 15 Febbraio del 1939 a Los Angeles ci fu la prima visione assoluta di Ombre Rosse.
Io nacqui in quel giorno.
Nessuno dalle nostre parti pensava a John Wayne, quel giovane attore che avrebbe in futuro impressionato il mondo intero. D’altronde non penso che a migliaia di chilometri di distanza, durante la prima di un film western, lui stesse pensando ad una donna albanese che partoriva il suo primo ed unico figlio.
Quella sera Dafina, mia madre, aprì gli occhi lentamente e sorrise. Quel soffice respirare diventò presto un gemito di dolore. Il dottore la guardò preoccupato, le tastò il polso e volse uno sguardo alla vecchia donna che era con noi in quella casa dalle pareti incrostate. Questa si avvicinò, mi prese in braccio ed avvolgendomi in una coperta di lana maleodorante mi pose con cura nell’angolo più caldo di quella vecchia stanza.
Mia madre, occhi più scuri di quella notte stessa, gemeva e rideva.
– Ed ora cosa ti daremo da mangiare?
Quelle, sussurrate più al cielo che a me, furono le sue ultime parole.
Ho sempre pensato alla sua voce pensando di poter ricordare quei momenti, ma ogni volta il pensiero è svanito in diversi accenti, timbri vocali, modi di parlare.
Piansi tutta la notte, confortato solo da quel caldo telo di lana in quella buia ed umida casa nella periferia di Durazzo.
O almeno mi piace pensare che sia andata così.
Flurim, mio padre, era evaso quella notte. Non fece in tempo a vedermi nascere né a vedere la morte di sua moglie. Due notti dopo partimmo per Tirana.
In città ci accolse Rudor, un vecchio amico di mio padre che ci diede riparo in un sottoscala umido e buio. Rudor era un uomo rigido e forte e militava per la resistenza albanese dopo l’invasione italiana. Anche mio padre iniziò a farne parte.
Io venni affidato alla moglie di Rudor, Angelika, mentre nel 1944 l’uomo e mio padre sparirono in un’imboscata tesagli dagli stessi compagni della resistenza. Erano passati dall’altra parte, erano diventati nemici del popolo albanese.
Pochi mesi dopo nacque Lule, Angelika mi confidò che era figlia di mio padre. Avevo una sorella.
Sei fortunato – Mi ripeteva Angelika – cinque anni ed hai già passato tutto il male possibile. Crescerai forte più di chiunque altro, come John Wayne.
Non capivo. Chi era questo John Wayne e come poteva, un uomo con un nome così strano essere quasi invincibile?
Neanche Angelika aveva idea di chi fosse quest’uomo, ma girava voce che fosse un americano contraddistintosi per esser stato un grande soldato, un forte cowboy ed un gran burbero.
Per noi quelli furono anni difficili, mangiavamo ogni due giorni ed io lasciavo spesso la mia razione a Lule, le volevo bene e quello era l’unico modo per dimostrarlo.
Negli anni 50 la letteratura, che mi arrivava tra le mani, tanta, forse troppa per un paese costretto alla fame, mi rinchiudeva in una adolescenza di isolata tranquillità. Terminai con grande successo la scuola superiore ma sapendo di non poter frequentare l’università decisi di lavorare come agricoltore.
Era il 1958, mi trasferii in una zona di terre brulle ed ostili, che guardavo con affetto e stima per il loro continuare a vivere nonostante fossero più affamate del sottoscritto. Eppure continuavo a sentirmi fortunato, lavoravo undici ore al giorno, godevo del silenzio, della pace e della possibilità di leggere i libri che portavo con me. Ogni sei mesi, Angelika e Lule mi venivano a trovare raccontandomi le ultime imprese del prode John Wayne.
Tornato a Tirana, nel 1966, notai che la paura aveva scalato i vertici della politica ed era divenuta padrona incontrastata della città. Lule si era sposata con un insegnante ed avevano un bambino di quattro anni, li andai a trovare a Durazzo.
Sulla spiaggia il piccolo Ben, mio nipote, mi chiese cosa ci fosse lì dove il sole tramontava.
L’Italia – Risposi senza pensarci due volte.
Sono sfortunati gli Italiani vero zio Yllim?
Perché?
Il sole gli tramonta addosso.
Ben mi guardò, io pensai a quel paese ed a tutti i paesi su cui avevo visto tramontare il sole.
Due anni dopo, in Italia, vidi un film, Berretti Verdi.
Nel finale il mitologico John Wayne guardava il tramonto su una spiaggia Vietnamita. Al suo fianco un minuto ragazzino asiatico.
Mi tornò alla mente il piccolo Ben.
Nella pellicola il sole tramontava sul mare. Una frase ad effetto chiuse la narrazione.
Mi guardai attorno, gli italiani in sala erano indifferenti. Mi vennero in mente Angelika e Lule, in futuro avrebbero parlato di un John Wayne liberatore dai comunisti di Ho Chi Minh.
Riflettei su quel sole, su quella parte di costa Vietnamita e sul suo sguardo verso l’oriente. Una costa che nella realtà non aveva mai visto tramonti dove l’orizzonte si congiunge con il mare. Come quella parte di Italia in cui ero allora. Solo albe.
La mattina dopo andai in spiaggia e guardai il sole nascere. Oltre quel mare c’era la mia terra.
Pensai che seguendo il concetto di Ben il mio popolo era stato fortunato perché quella mattina su di lui era nato il sole.
Punti di vista, mi dissi.
Pensare che per John Wayne la sera precedente il sole era tramontato ad Est.
Roberto Iannetti
